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Lettera 10

S.l., primavera 1511, ai segretari del Cardinale Ippolito d’Este, messer Benedetto Fantino e messer Urso

Ariosto rivolge un’accorata preghiera ai due segretari del cardinale Ippolito perché convincano Sua Signoria a pagargli lo stipendio dovuto per l’anno 1509, o almeno provvedano a risarcirlo con roba. Egli infatti ha dovuto saldare alcuni debiti ed è «rimaso senza un soldo». Necessita di abiti nuovi per non dover portare anche in estate l’unico abito invernale e tornare a Parma con l’usurata veste di cuoio («burrico de coro») suscitando l’ilarità generale («darei troppo a tutti vuj che ridere»). Raccomanda tuttavia che questa richiesta sia coperta dalla massima discrezione e non diventi di dominio pubblico, suggerendo per questo ai due destinatari di utilizzare un messaggio cifrato nella loro responsiva per comunicargli le decisioni del Cardinale. Da rilevare anche un’espressione («mettere al muro») che verrà ripresa nelle Satire (II 186).


<A li Magnifici quanto> fratelli honorandi Messer Benedetto <Fantino> e Messer Scipione Urso Cance<lleri de l’>Illustrissimo Cardinale da Este. Parmae.

<Messer Bene>detto mio honorando e Messer Scipione mio observandissimo. A questi <dì scrissi a Pos>tumo per una mia cosa importantissima de che dovea parlare: <ma> non ho hauto risposta; per questo ho pensato che non si ritrovi in Parm<a>, per<ché> non potrei pensare che fusse stato verso me sì altero (quantunque non si degnasse mangiare alla nostra tavola mal apparecchiata) che non me havesse risposto. Sì che, pensando che egli non ci sia, darò fatica a voi, li quali ben volonteri harei servati a maggior bisogni, conoscendo la grande occupatione che haveti continuamente; ma habbiati me per excuso, e, pigliando qualche tempo, quel di voi che mi vole meglio o che ve ha più il commodo, prego che si degni parlare al Signore e fare intendere a sua Signoria ch’io mi ritrovo creditore de l’anno del nove de la maggior parte del salario de quel anno, e, desiderando de esser pagato e considerando anchora che dimandare denari a Sua Signoria è importuno da questo tempo, la prego che faccia scrivere a Messer Theodosio che mi faccia dare tanta roba che mi paghi del mio resto. È vero che venendo qui son stato satisfatto de l’avanzo de l’anno passato del dece, ma mi son trovato havere tanti debiti alle spalle che, havendogli voluto satisfare, son rimaso senza un soldo. Mi bisognaria pur far qualche cosa indosso, ch’io fussi meglio in ordine per questa estate, ch’io non son stato per il verno: e senza questo mezo non ho il modo; e ritornare a Parma de novo col buricco de coro, darei troppo a tutti vuj che ridere. M<a> senza ridere, io vi prego, o a qual par de vuj o ammenda insie<me>, che vogliati parlare al Signore, per via ch’io habbia il mio inten<t>>; impetrata la gratia, sùbito, in nome de Sua Signoria, fatela ved<ere> a Messer Theodosio; ma guardati che non attaccaste il rico<uso al> muro, e che tutta la casa sapesse prima quel c’haveste a f<are>. Voi Messer Scipione summamente ringratio de l’officio che <hareti> per me e sonvi obligatissimo. S’io havessi trovato Galasso <a Ferrara>, harei dimandato l’anello: ma molti dì prima se ne a<ndò>. Preterea, perché io vorei soiar uno che voria soiar me, <rispon>dendomi voi a questa, gli poniati questa clausula, idest: ho parlato al Signore circa l’affittar quella decima; Sua S<ignora dice> che vui siati con Messer Theodosio, el quale credo che, pot<endo, vi com>piacerà volontera, ma che non gli pare de <poterlo. Et in bona gratia>de l’uno e de l’altro parimenti <mi racomando>.

METADATI

  • Mittente: Ludovico Ariosto
  • Destinatari: Ippolito d’Este, messer Benedetto Fantino e messer Urso
  • Data: Primaver 1511
  • Luogo di spedizione: Ignoto
  • Collocazione:
    ASMo, Archivio segreto estense, Cancelleria, Archivio per materie, Letterati, b.3, fasc. 6