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  • Mittente: Matteo Maria Boiardo
  • Destinatario: Ercole d’Este
  • Data: 26 marzo 1492
  • Luogo di spedizione: Reggio

Descrizione del documento

  • Collocazione:Archivio di Stato di Modena, Archivio Segreto Estense / Cancelleria / Rettori dello Stato / Reggio, busta 2 (sottofascicolo 1492)
  • Misure:lunghezza 20,7; altezza 31,3
  • Carte: 2 (unite)
  • Scrittura: c. 1r. e 1v.; la carta 2r. non presenta scrittura; sulla c. 2v. è presente l’indicazione del destinatario

26 marzo 1492, Reggio – Al duca Ercole d’Este

Le lettere di M. M. Boiardo non testimoniano soltanto fatti politici e civili, ma anche aspetti della sua personalità spesso trascurati. Nella seguente epistola, ad esempio, l’autore non cela al duca Ercole la sua contraddizione e preoccupazione riguardo alla decisione dello stesso di concedere il Palazzo del Capitanato al commissario Beltramino Cusatri: quindi, lo prega di assegnare allo stesso altri luoghi altrettanto idonei, adducendo convincenti argomentazioni…


Ill(ustrissi)mo S(igno)re mio. Ho inteso (benché anchora non habia haute l(itte)re de la Ex(cellentia)a Vostra) che quella persevera in opinione che el Comissario D(on) Beltramino intra ne la casa deputà a me per el Capitaneato, e stimando, anci credendo certo che la S(ignoria) Vostra non habia advertite le ragione mie, perché io son certo che né a me né ad altrui vorebe fare iniuria contro al dovere, ho deliberato per questa mia fare intendere a Vostra Cel(situdi)ne quanto discomodo me saria el lassare quella casa. Primeramente in quella se fa ogni dì Regimento, ove, sendoli costui, bisognarà trovare altro loco; medesimamente ne la camera propria de la mia habitacione se aduna el Consigio de la Comunitate, per essere al presente guasta la stancia sua, che la fano di novo edifficare. Li provisionati che stano a la guardia de la piaza li hano una camera, una altra li trombeti, onde saria come impossibile a darli expeditta la casa, quando anchora io chacciasse el Iudice che la habita, excepte le sopra ditte camere. Né anche sapria cum quale honestate chaciare esso Iudice a questo tempo che non più se trovano case ad affittare. Se tra queste ragioni può capere la gracia de la S(ignoria) Vostra a farmi per una cosa contento, adviso quella che, a la fede che io li sono obligato, che mancho grata non mi serà questa che lo officio che io possedo per benignitade di Vostra Cel(situdi)ne, non volendo pure esso D. B. stare in questa Citadella, de li altri lochi, et honorevoli, sono assai di fora. E tra li altri nel suo pallagio le stancie ove habitava lo Ill(ustre) S(igno)r mess(er) Sigismondo, ove sancia incomodare questo Regimento et questa Comunitate potrebe lui cum comoditate et cum honore habitare. Ma veramente lui potrebe stare dove è stato altre volte, e se forsi allegasse de non volersi impaciare cum mecho nel cohabitare, io trarò fuori ogni cosa che io habia in quello pallagio vechio, et da me non havrà se non charecie e bona compagnia. Io aspetarò risposta de la S(ignoria) Vostra, al qualle spero dovere essere come le altre cose che io ho receute da quella, che mai non la richiesi indarno; et a lei me racomando.
Regij, xxvi Marcij MCCCCLXXXXII

Servitor
MATTHEUS MARIA BOIARDUS
propria manu

A t.: Illustrissimo et excellentissimo signor duca di Ferrara.
Diligenter.

Nota di commento

Quando Boiardo fu nominato capitano ducale a Reggio, espresse il desiderio di abitare il palazzo destinato alla residenza dei capitani e le stalle ad esso annesse, seppur vecchio e malandato, e così fu almeno per il primo anno. Tuttavia il palazzo era in rovina: lo stesso Matteo Maria aveva chiesto che fosse messo nelle condizioni idonee a farne la sua abitazione, ma i lavori opportuni a renderlo comodamente e sicuramente abitabile non erano terminati. Data l’urgenza del tempo, il Boiardo si trasferì allora nel palazzo di Cittadella, in cui poi dimorò sempre. Questo fatto è confermato anche dal Venturi, il quale afferma che la morte del poeta avvenne nel dicembre 1494 nella Cittadella di Reggio dove abitava come Governatore militare. Il palazzo del Capitano sorgeva invece nel centro della città, presso l’attuale piazza del Monte (ora piazza Cesare Battisti e che il Campanini nel 1894 riporta a suo tempo col nome di piazza Vittorio Emanuele) su cui si affacciano il Palazzo del Capitano e il Palazzo del Monte di Pietà.
Nel 1461, per ospitare degnamente la Duchessa Bianca Maria Visconti Sforza, sposa di Francesco I d’Este, il palazzo venne in parte restaurato. Dal 1461 al 1473 altri lavori di ripristino del Palazzo vennero eseguiti quando divenne la residenza del marchese Sigismondo d’Este, luogotenente della città. 
Negli anni in cui il Boiardo fu capitano, vi abitò il massaro e vi furono gli uffici della Cancelleria ducale e anche alcuni del Comune. Inoltre dalla lettera del Boiardo sappiamo sia che nel palazzo si adunava a consulta il Reggimento e il Consiglio della Comunità, ma anche che alcune stanze del palazzo erano state adibite a dimora dei soldati (provisionati) a guardia della piazza e dai trombettieri e che quindi sarebbe stato difficoltoso sgombrarle.
Beltramino Cusatri da Crema andò a Reggio la prima volta nel 1488 e vi tornò altre volte dimorandovi a intervalli. Quando, nel 1492, il duca Ercole lo nominò nuovamente commissario straordinario per reprimere il brigantaggio nel territorio reggiano e dovendo quindi ritornare nuovamente a Reggio, il Cusatri non volle più abitare la casa nella Cittadella che gli era stata assegnata (forse perché vi abitava già il Boiardo?) e si adoperò presso il duca Ercole affinché ottenesse di essere alloggiato nel palazzo dei Capitani (quello spettante a Boiardo in quanto Capitano e che non abitava per i motivi sopra elencati).
Il Boiardo che già aveva scritto al duca pregandolo di non accogliere le richieste del Cusatri, venuto a sapere della perseveranza di lui nel suo intento, scrive nuovamente al duca proprio questa lettera e spiegando i vari usi ai quali il Palazzo era già adibito come sopra indicato, dichiara quanto gli sarebbe scomodo lassare ovvero concedere quella casa al Cusatri: la sua fierezza, probabilmente, gli impediva di accettare che qualcun altro alloggiasse nel palazzo che avrebbe dovuto abitare lui di diritto – e che pur non abitava! – soprattutto se quel qualcuno era un rivale di vecchia data. Quindi, continua indicando altri luoghi nei quali il commissario avrebbe potuto dimorare senza creare incomodi al Reggimento e alla Comunità: le stanze del palazzo ove abitò il Signor Sigismondo, oppure i luoghi che egli abitò altre volte cioè il Palazzo di Cittadella in cui ora si trova a dimorare il Boiardo stesso. A tal proposito il conte si dichiara pronto a portar via da lì ogni suo bene personale qualora il Cusatri argomentasse di non voler coabitare con lui. Si rimette, infine, alla decisione del duca.
Ad onore del vero, si deve ammettere la discordanza con quanto riportato da Elio Monducci nella sua edizione alle lettere del Boiardo: nel regesto alla lettera in esame l’autore sostiene che Boiardo con la presente chiedesse al duca Ercole di poter rimanere nel Palazzo di Cittadella. A nostro avviso la permanenza del Boiardo nel suddetto palazzo non è messa in discussione e la richiesta espressa dal conte nella lettera non è una preghiera a poter rimanere nel palazzo di Cittadella quanto piuttosto di non concedere il palazzo del Capitanato al Cusatri. Per di più a conferma che il Boiardo vivesse in Cittadella e che non fosse quello il palazzo ad essere conteso tra i due rivali, nella chiusa della lettera tra gli altri luoghi che propone al duca come sede per il Commissario, il poeta suggerisce che questi potrebbe «stare dove è stato altre volte» ovvero, come sappiamo dalle fonti e dalle testimonianze di altri studiosi, il Palazzo di Cittadella (in cui il Cusatri risiedette in altre occasioni della sua venuta a Reggio) e se dovesse argomentare di non voler «cohabitare» con lui – prosegue ancora il Boiardo – sarebbe disposto a “trarre fuori” ogni cosa che lui abbia in quel palazzo. L’ipotetica coabitazione col Boiardo che si sarebbe venuta a creare se il Cusatri fosse andato a vivere nel Palazzo di Cittadella implica necessariamente che lo stesso autore vi abitasse in quel momento. Che il Boiardo vivesse allora in quel palazzo (e non in quello del Capitanato a Reggio) è testimoniato anche e non solo dal Campanini secondo il quale il poeta visse sempre nel Palazzo di Cittadella poiché, come già spiegato, al momento della sua nomina il palazzo del Capitanato a Reggio era inagibile; ma è confermato anche dal Reichenbach secondo il quale il Boiardo visse sempre nel Palazzo di Cittadella e in cui persino morì (Venturi) e dimorò nel palazzo del Capitanato solo durante il primo anno dalla sua nomina a Capitano reggiano ovvero dal 1487 al 1488, mentre la presente lettera è datata 1492, ben cinque anni più tardi! Di conseguenza il termine lassare che pure l’autore utilizza all’inizio della missiva in riferimento al Palazzo reggiano («quanto discomodo me saria el lassare quella casa») dev’essere intenso nel senso più ampio di “concedere”, “prestare” cioè accettare che il Palazzo a lui spettante di diritto nell’ufficio di Capitano ducale potesse essere concesso ad usufrutto del suo peggior rivale in ambito professionale.

Rivalità e conflitti con il Commissario ducale Beltramino

Cusatri
Beltramino Cusatri da Crema fu avvocato a Ferrara e già vicepodestà di Mantova al tempo di Ludovico III Gonzaga, detto il Turco e secondo marchese di Mantova; fu anche al servizio del figlio primogenito di lui, Federico I Gonzaga, terzo marchese di Mantova. All’epoca in cui visse fu famoso per il suo eccessivo rigore a causa del quale si crearono inevitabili conflitti di competenza e di procedura con gli altri funzionari ducali, tra cui lo stesso Matteo Maria Boiardo. Beltramino Cusatri non ebbe mai parole cortesi nei confronti del nostro autore: nelle sue lettere scrisse di atteggiamenti dispotici del Capitano il quale, a sentire il giudice, non esitò a sottrarre un assassino alla giustizia; o addirittura provocò zuffe sanguinose fra i suoi uomini e quelli del commissario stesso che si dichiarò più volte minacciato dal Boiardo e badò a non aver contrasti con lui «perché l’è periculoso e segue molto le passioni e voglie sue, sia de che sorta se vogliano». Molti episodi provano la tensione che corse tra il Boiardo e il Cusatri.
All’inizio del 1493 il duca Ercole aveva stabilito che i malfattori arrestati dal capo dei Balestrieri poiché dipendente del commissario ducale fossero giudicati dal commissario stesso ovvero Beltramino Cusatri, senza ingerenze da parte del Reggimento (Podestà, Capitano cioè Boiardo e Massaro). E allo stesso modo i malfattori arrestati dal connestabile di piazza o dal capitano del divieto poiché sottoposti al Reggimento dovevano essere giudicato da tale organo senza intromissioni del commissario Cusatri. Accadde che il Boiardo fece arrestare da un connestabile di piazza un oste accusato di aver favorito la fuga di delinquente, multandolo a una condanna di 30 lire che l’oste diede garanzia di pagare, qualora nel giudizio fosse ritenuto colpevole, per ottenere la libertà provvisoria. Mentre il Boiardo conduceva le indagini, il commissario Beltramino fece imprigionare l’oste pretendendo 10 ducati per le sue sportule, contravvenendo così agli ordini del duca. Boiardo immediatamente avvisò Ercole: non voleva porsi in contrasto col commissario ma gli sembrava opportuno informarlo dal momento che egli avesse stabilito di non intromettersi l’uno nelle cose dell’altro. Per dimostrare quanto fosse difficile amministrare la giustizia insieme al commissario riferì che se per provvedere a tutte le questioni si fosse dovuto aspettare il Cusatri molti processi sarebbero andati troppo per le lunghe poiché il commissario era solito allontanarsi dalla città, e se durante una di queste assenze fosse accaduto qualcosa il Boiardo non avrebbe saputo come comportarsi: evitare qualsiasi intervento o supplire l’assenza del messere col timore però di urtare la sua suscettibilità poiché al suo ritorno avrebbe dovuto continuare qualcosa che il Boiardo aveva già iniziato o addirittura concluso. Evidentemente Beltramino era molto più moderno del Boiardo e non si poneva molti problemi ad allontanarsi a piacimento della città, mentre Matteo Maria non si assentava da Reggio nemmeno per un giorno senza prima ottenere il permesso del duca. Lo stesso Cusatri sosteneva che nell’amministrazione organica ed accentrata tesa ad assumere dallo stato estense il conte di Scandiano continuasse a seguire metodi ancora feudali. Questa querela esposta dal Boiardo a Ercole aprì la strada a molteplici e vicendevoli denunce. Ad esempio ancora nel 1493, quando il Beltramino condannò a morte un malfattore, ingiustamente secondo il Reggimento per cui il podestà si oppose all’esecuzione, il commissario si lamentò pesantemente col duca, il quale redarguì gli Anziani e i suoi ufficiali, compreso il capitano Boiardo, di non intromettersi nelle cose esulanti le competenze del loro ufficio e di lasciar adempiere il proprio a Beltramino senza ostacolarlo come fanno. Il podestà rispose denunciando molti e dannosi disordini causati dagli arbitrari provvedimenti del commissario. Così il duca intervenne nuovamente per scemare ulteriori occasioni di contesa, richiamò Beltramino a Ferrara ed egli stesso scrisse agli Anziani per comunicare la sua venuta a Reggio affinché gli allestissero il palazzo ducale. E così il Boiardo, nonostante l’aggravarsi della malattia tanto da essersi sospettato il «periculo mortis», non esitò a sgombrare le stanze presso cui abitava.
Quando tra il 1489 e il 1490 una banda di falsari della moneta di Venezia si installò tra Scandiano e Albinea, Beltramino Cusatri accusò il Boiardo di aver ricettato e nascosto tali banditi a Scandiano (probabilmente approfittando del fatto che già sei anni prima il poeta fosse stato accusato come ricettatore e protettore di falsi monetari dalla repubblica di Venezia). Simili accuse di disonestà contro commissari e governatori erano facili e comuni, ma costituivano una calunnia gravissima. Matteo Maria che invece fu sempre a fianco del Cusatri nella caccia e nella punizione dei falsari, seppur dichiarò di non immaginare come si fosse potuto originare un tale pettegolezzo dal momento che a Scandiano non ci fu mi nessun bandito, capì immediatamente da chi provenisse l’infamia. E si difese affermando che il suo accusatore, non avendo trovato niente da dire sul suo conto, disse il falso. Scrisse poi al duca Ercole rassicurandolo del suo operato e di non dubitare che non nascondesse banditi in casa sua perché mai avrebbe compiuto un’azione del genere se non per la reverenza verso il suo Principe quanto per il suo onore. Il duca non rispose, ma Boiardo non dimenticò mai l’offesa e il torto subìti. Naturalmente fu questa spiacevole accusa a incrinare ulteriormente i rapporti tesi ormai da molti anni. Questo spiega come mai il Boiardo si fosse così tanto opposto a concedere il palazzo ducale a Beltramino, l’uomo che aveva così pesantemente infangato il suo onore. I due funzionari non potevano più coabitare e sopportarsi vicendevolmente come in passato già avevano fatto e perciò, ogni qualvolta che Beltramino tornò a Reggio, gli fu assegnata una casa fuori dalla Cittadella. Anche la sua autorità apparve scemata perché una volta, essendogli stato condannato un parente, chiese l’intervento del duca affinché tramite gli Anziani del Reggimento fosse condonata la pena.

Glossario

  • Advertire: comprendere, valutare.
  • Allegare/alligare: argomentare.
  • Capere: trovare posto, essere contenuto.
  • Charecia: cortesia, piacere.
  • Deputare: fissare, stabilire, incaricare.
  • Discomodo: scomodo.
  • Expeditto: libero, sgombro; agevole, rapido.
  • Impazare/impazarsi/impaciarsi: occuparsi, intromettersi.
  • Pallagio: palazzo.
  • Provisionato: soldato.
  • Trombeto/trombet(t)a: banditore, trombettiere.