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La tradizione manoscritta e le edizioni

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La vita di Matteo Maria Boiardo, conte di Scandiano, si ramifica in due diverse direzioni: da un lato, il letterato cortigiano e poeta, autore de “L’Orlando Innamorato”, gli “Amorum Libri” e la “Pastorale”; dall’altro, l’uomo politico, funzionario della corte estense con incarichi di governo del territorio. Proprio in virtù di quest’ultimo ruolo, Boiardo si dimostra «fedele registratore di eventi» attraverso una serie di documenti, in forma di lettere, di natura politica e amministrativa che di volta in volta inviava con sollecitudine al duca per informarlo di tutto ciò che ritenesse utile o curioso e di qualsiasi novità avvenuta nel ducato e fuori: al duca Borso fino al febbraio 1466 e soprattutto (come ci riguarda) a Ercole d’Este dal 1475 fino alla morte. Delle 193 lettere, 100 sono indirizzate proprio al duca Ercole I (di cui 70 per il solo anno 1494), mentre prima del 1481 se ne contano 43 scritte in prevalenza agli Anziani del Comune di Reggio e al Podestà di Scandiano (e due a Borso d’Este) e dopo l’81 ne risultano 50 dirette a membri della famiglia ducale e a vari Podestà del reggiano, con un solo rapido biglietto alla moglie. Data la sua quantità e contiguità, la documentazione assume le fattezze di una cronaca spontanea dal 1460 per quasi un trentennio, fatta di informazioni, rivalità, compromessi, resistenze e cedimenti, liti e controversie, ruberie e confische con preziose delucidazioni su molti fatti e personaggi. Tuttavia, non compare nessun riferimento alla vita di corte, nessun intento celebrativo del mondo o del costume estense, nessuna divagazione o descrizione di cerimonie, spettacoli, feste e tornei sui quali certamente si scandivano le vicende delle élite dell’epoca e ai quali certamente il Boiardo dovette partecipare; si pensi, ad esempio, alle nozze dei figli di Ercole celebrate a corte: prima la sedicenne Isabella con Francesco Gonzaga, poi Beatrice sposa al Moro e infine il futuro erede Alfonso che prese in moglie Anna Sforza. Assenti anche cenni o interessi politici: le lettere boiardesche sono semplicemente rendiconti quotidiani concernenti le sue cariche e offici, narrazioni di vicende giuridiche, questioni burocratiche e amministrative. Il ruolo di Boiardo allora corte estense quindi non fu quello di consigliere del duca, ma di informatore puntuale e fedele. Da semplice feudatario, titolare di un feudo sottoposto a dominio estense, si mutò in funzionario della corte estense. Gli anni di lavoro come funzionario della corte estense furono gli stessi che portano alla luce il compimento delle sue opere letterarie eppure, se della corrispondenza ufficiale poche sono le lettere dalle quali traspare l’intimo dell’uomo e i tratti del suo carattere, assai meno emerge il letterato e di rado si intravede nei documenti che lo riguardano il poeta, «l’ideatore di quel mondo favoloso per cui si veniva frattanto intessendo la trama del Poema». Neppure la lingua è quella poetica o personale usata di base dal Boiardo, ma spesso emerge un «linguaggio burocratico istituzionale della cancelleria estense e di determinate ripartizioni geografico-amministrative del territorio emiliano». Nelle lettere non c’è l’abilità stilistica del «provetto verseggiatore, ma soltanto l’uomo: l’uomo con la sua operosità, con la sua intelligente assennatezza, con la sua bontà». Tuttavia, quello che emerge da queste lettere, non è l’uomo privato, delle questioni familiari, del quale comunque affiorano aspetti personali come tratti del carattere (ad esempio l’accortezza e la premura riservate a questioni riguardanti suoi parenti e che lo spingono a occuparsene personalmente, come nel caso delle lettere nn. 2, 3, e 4), degli umori (preoccupazioni come nella lettera n. 5) e della morale (si pensi alla scrupolosità con la quale il Boiardo affronta e informa il duca Ercole d’Este circa il caso di abuso sessuale ai danni della figlia del capitano di Castello nelle tre lettere nn. 9,10,11,12); ma molto di più si scopre l’uomo pubblico, il funzionario di corte, integerrimo Capitano ducale, amante della giustizia verso la quale diede sempre prova di grande amore, insofferente ad ogni angheria e sorta di soprusi, sempre pronto al perdono e alla pietà, propugnatore della sincerità e del vero «chiamò sempre le cose col proprio nome, né ricorse a inutili mezzi da opporre a quel che gli parve essere la verità». Sembrerebbe che la vita del poeta-funzionario si fosse sdoppiata attraverso due mondi diversi e impermeabili l’uno all’altro: quello della fantasia poetica e quello della realtà quotidiana. In Boiardo si intravede quella dicotomia tra “humane litterae” e “res publica” ovvero «la coincidenza tra ideale di vita e azione di governo nella consapevolezza di un magistero culturale edificante e rinnovatore perché legato a una sicura vocazione civile».
Già a partire dal XIX secolo le missive boiardesche cominciano a essere pubblicate alla spicciolata come documenti di corredo alla biografia, fino alla grande sistemazione per mano di Naborre Campanini nel 1894 che comprende un corpus di 150 lettere, di cui 80 inedite, corredato di una tavola che ne segnala le collocazioni. All’edizione Campanini segue, qualche decennio più tardi, quella curata da Angelandrea Zottoli (1936-37). Fino a questo momento sono otto le lettere autografe boiardesche conosciute (da n.2 a n.8 del presente lavoro, più la n. CXVIII dell’edizione Mengaldo). Solo nel 1962, Pier Vincenzo Mengaldo aggiunge nella sua edizione un nuovo documento (n.1 → XLVI Mengaldo), importante perché ancora oggi il più antico tra quelli rintracciati. Infine l’ultima edizione delle lettere boiardesche risale al 1997 e curata de Elio Monducci e Gino Badini: i due studiosi, oltre alle lettere inviate e ricevute dal Boiardo, nonché quelle in cui a lui si fa rifermento, arricchiscono il lavoro di due nuove lettere inedite del poeta cosicché a tutt’oggi il numero di epistole boiardesche conosciute e pubblicate ammonta a 204 pezzi.. Per la sua edizione Mengaldo riproduce il corpus dell’ed. Zottoli, ricontrollato sui manoscritti e aumentato di questa nuova lettera, per un corpus totale di 193 lettere. Se fino a questa altezza cronologica l’autografia del Boiardo è stata stabilita solo in base al confronto con la lettera che l’autore stesso ammetteva esplicitamente di aver scritto (e cioè quella del 26 agosto 1494 a Ercole d’Este: «Ma de queste [gente] che sono hoggi passate ho delibrato per questa de mia mano dare adviso a la S(ignoria) Vostra», n.8 → CLXV Mengaldo.), Mengaldo individua per tutte le autografe una formula, fino ad allora ignorata o interpretata come un semplice “et cetera”, fortemente abbreviata sotta la firma del conte e che scioglie in “propria manu”: «Tutte le autografe presentano sotto la firma una sigla di non piana lettura che tuttavia identifichiamo, al novanta per cento delle probabilità, con propria manu»; per di più, nota ancora Mengaldo: «in nessun caso, nelle Lettere non autografe, la firma è autografa: essa corrisponde invece sempre, perfettamente, alle caratteristiche della mano che stende il testo, e del resto la firma del Boiardo, a parte la sigla, è inconfondibile per la sua estrosità di piglio e i caratteristici svolazzi con cui è svolta in motivo ornamentale». Il proliferare di grafie accanto a quella autografa del Boiardo testimonia che egli disponesse di una cancelleria composta da scrivani professionisti di diversa origine e appartenenti a tradizioni grafiche e scuole differenti, chiamati non occasionalmente in base alle necessità, ma dipendenti che lavoravano al suo servizio, singolarmente o contemporaneamente, con un lavoro organizzato e continuato in una sorta di scriptorium che veniva così a crearsi intorno al poeta. Questo non stupisce se pensiamo alle larghe disponibilità economiche di cui il Boiardo sicuramente disponeva e per i proventi del suo feudo e per la benevolenza accordatagli dal duca Ercole. Si può facilmente ipotizzare che Boiardo dettasse i suoi documenti a segretari e scrivani o che desse loro a copiare l’originale comunque sotto la sua stretta sorveglianza e supervisione. Al contrario, Boiardo può essere stato spinto a scrivere alcune lettere di suo pugno dalla particolare riservatezza, e quindi segretezza, che le stesse richiedevano (è il caso dell’epistola n.5, in cui lamenta la possibilità di concedere l’edificio destinato al capitano ducale a favore del commissario Cusatri). Peculiare è, invece, che lettere altrettanto private, che perciò avrebbero richiesto pari segretezza, non siano di mano del Boiardo, ma siano state lasciate scrivere a segretari; probabilmente, a parità di segretezza, la scelta dell’autografia o meno, dipendeva dalla fiducia che il Boiardo nutriva nei confronti dello scrivano e del segretario di cui disponeva di volta in volta.
All’elevato numero di amanuensi di cui il conte disponeva, possiamo aggiungere la poca chiarezza del suo ductus – secondo quanto lui stesso ammetteva nella epistola (n. LXXXVII ed. Mengaldo) del 17 agosto 1491 indirizzata alla marchesa Isabella d’Este; al desiderio, da ella precedentemente manifestato al Boiardo, di voler leggere quanto fino a quel momento avesse scritto de “L’Innamoramento de Orlando”, il conte di Scandiano così rispondeva: «Al presente non ho copia alcuna se non l’originale de mia mane che saria difficile da legere; ma ne fazo fare una copia e fra sei giorni la mandarò per uno cavalare a posta a Vostra S(ignoria)». A questo infine va aggiunta la malattia di cui il poeta era effetto: la gotta, caratterizzata da attacchi di artrite infiammatoria, gli rendeva difficoltoso e doloroso l’atto dello scrivere; difficile dire se la scrittura del Boiardo fosse già di per sé poco nitida (e quindi semplicemente peggiorata dalla malattia) o se questa mancata chiarezza nel ductus fosse determinata proprio della malattia stessa (e quindi a essa conseguente), fatto sta che il Boiardo, riconoscendo la poca chiarezza della sua grafia, tendeva ad evitare il più possibile la scrittura di sua mano, preferendo di gran lunga ricorrere alla mano più lineare ed elegante di un suo segretario o di appositi scrivani. A conferma della difficoltà dell’autore nello scrivere potrebbe notarsi il carattere particolarmente brachigrafico delle lettere autografe: queste, infatti, presentano molte più abbreviature rispetto alle lettere non autografe segno che il Boiardo tendesse a ridurre il più possibile la quantità di caratteri da scrivere mentre i suoi segretari adoperarono scritture più piane ed estese. È facile ipotizzare, quindi, che il Boiardo lasciasse gli autografi in originale unico sia nella redazione delle epistole sia in quella delle minute delle sue opere. Si intende dire che, ogni qual volta il Boiardo terminasse la stesura di un suo scritto (epistola o opera letteraria) non eseguiva anche la copia a buono, a causa di quella scrittura “difficile da legere”, ma lasciava eseguire la trascrizione agli scrivani per i quali, adibiti a ciò di professione, la comprensione di quella scrittura non sarebbe risultata così tanto difficile. D’altra parte il poeta non fece mai dono di codici di lusso o di eleganti copie di dedica alla Biblioteca Estense, ma fece sempre recapitare a Ferrara copie ‘a buono’, eseguite dai suoi copisti, che il Duca fece poi trascrivere in codici di lusso. Sommando tutti questi elementi, riusciamo meglio a comprendere come mai all’interno di questo vasto corpus epistolare solo pochissime lettere del Boiardo siano autografe: i numeri 1-8 del presente lavoro, alle quali va aggiunta la n. CXVIII dell’edizione Mengaldo, non analizzata in questa sede poiché conservata presso la Biblioteca estense di Modena (Cod. a. G. I, 15).
Le suddette autografe abbracciano un arco temporale che si estende dal 26 agosto 1481 al 26 agosto 1494, pochi mesi prima della morte dell’autore, ricoprendo l’ultimo quindicennio della sua vita; d’altra parte i caratteri spiccati e inconfondibili del ductus boiardesco fanno escludere a Mengaldo la possibilità che l’autografia possa essere estesa a lettere del primo periodo.
La raccolta epistolare di Boiardo si impone nello scenario letterario italiano per un duplice valore storico: da un lato essa è specchio della vita quotidiana e dell’attivita di funzionario svolta dall’autore presso la corte estense; dall’altro, per usare le parole dello stesso Mengaldo: «esse vengono a costituire il corpus più rilevante di epistolografia politico-amministrativa e di corrispondenza minima privata per l’aria emiliano-romagnola, nella seconda metà del ‘400».