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La vita di M. M. Boiardo

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Dal sonetto LXXVIII in cui Boiardo dichiara di essere venuto «al mondo sotto la Costellazione dei Gemelli», sappiamo che Matteo Maria nacque tra il 22 maggio e il 21 giugno del 1441 a Scandiano (Reggio Emilia) da Giovanni, figlio primogenito di Feltrino Iuniore, e Lucia Strozzi, sorella del più famoso poeta latino di quel tempo Tito Vespasiano Strozzi, importante famiglia fiorentina esiliata a Ferrara. Alla fine di questo stesso, in dicembre Nicolò III morì, succedendogli nella signoria il figlio Leonello (e nell’ottobre 1450 il fratello Borso). Fu allora che il padre di Matteo Maria ottenne il servizio presso la corte del Marchese Leonello e così la famiglia Boiardo si trasferì a Ferrara. Ben presto però, nel luglio 1451, il padre Giovanni morì e così la vedova con i suoi cinque figli – di cui Matteo Maria decenne era il maggiore – ritornò a Scandiano nel castello di residenza del suocero Feltrino. In questi anni in cui fu di nuovo nel feudo di famiglia, Matteo Maria studiò, avendo come maestro don Bartolomeo da Prato, fedele precettore di casa Boiardo e che Matteo Maria definì «mio cappellano»; quasi certo è che il poeta avesse già imparato a scrivere e fosse già stato in parte istruito da maestri della corte estense presso la quale aveva vissuto per i suoi primi dieci anni di vita, fino al ritorno a Scandiano. In generale, fu istruito alla letteratura classica, probabilmente ebbe qualche conoscenza rudimentale della greca, ma per lo più si dedicò alla latina, affiancando a queste un vivo interesse per Petrarca e Dante.
Nel 1456 anche il nonno Feltrino morì, lasciando eredi del feudo di Scandiano e Casalgrande il figlio Giulio Ascanio e il nipote Matteo Maria. La questione dei feudi terrà sempre in rivalità Matteo Maria con l’altro ramo della famiglia Boiardo: non tanto con lo zio paterno Giulio Ascanio d’animo mite e dal quale il Boiardo non temette nessun tipo di sopraffazione tanto da definirlo «Bon padre» nella lettera in cui diede avviso «cum Lacrimabile passion et in Exstimabile dolore» della morte dello zio ad un suo parente, il Conte Silvio di San Bonifacio; quanto piuttosto con il di lui figlio, il cugino Giovanni. Le ostilità ebbero origine proprio dalle disposizioni testamentarie del nonno Feltrino. Nella prefazione all’edizione Campanini, il Ferrari racconta che fin dai primi del 1444, il marchese Lionello d’Este donò a uno dei figli di Feltrino, Giovanni (padre di Matteo Maria), tutti i dazi salvo quello di traversia o passaggio che la Camera ducale si era riservata nelle terre infeudate a Feltrino, rendendo così Giovanni indipendente dalla potestà paterna. Quando nel 1452 Giovanni morì, Borso, già creato duca di Modena dall’imperatore Federico III, confermò al figlio dello stesso (Matteo Maria) la concessione fatta a suo padre dal marchese Lionello, dei dazi di Scandiano, Torricella, Gesso e Arceto. Senonché Feltrino, sopravvissuto fino al luglio 1456, ritenendo che la riscossione (da parte di qualcun altro) dei suddetti dazi mettesse in imbarazzo l’autorità del feudatario (lui stesso), ordinò nel suo testamento che suo nipote Matteo Maria, sotto pena di perdere grossa parte dell’eredità, mettesse i dazi in comunione con lo zio Giulio Ascanio. Guiduccia poi, moglie di Feltrino, poco prima di morire nel 1457, istituì erede dei suoi beni il figlio Giulio Ascanio e il nipote Matteo Maria, vincolando nuovamente quest’ultimo all’obbligo già imposto da Feltrino e all’altro di non provocare lo zio alla divisione, se non quando avesse compiuto almeno i venticinque anni.
Quando nel febbraio 1460 anche lo zio Giulio Ascanio morì, i cugini Matteo Maria e Giovanni Boiardo, «intrapresero il governo dei Feudi e l’amministrazione de’ loro bene in comune» sino al 1474. Infatti, il primo atto di Boiardo come conte di Scandiano fu la comunicazione di un lutto di famiglia, proprio la morte dello zio nella già citata lettera dell’8 febbraio 1460 al Conte Silvio. Pochi mesi più tardi, il 19 aprile, si recò a Reggio per incontrare gli Anziani, il Capitano e il Podestà: venuti a mancare i suoi Avi (nonno, padre e zio) Matteo Maria sentì l’obbligo di presentarsi in quanto erede e di rassicurare loro circa l’intenzione di seguire l’amicizia dei suoi predecessori per la città, mettendosi a disposizione di ogni loro necessità. Così fece il suo ingresso nella vita pubblica. Il secondo atto in qualità di conte è datato sempre 1460 e riguarda le acque del Secchia, su cui Boiardo dovrà sempre porre la sua attenzione.
Il Secchia è un canale artificiale della pianura reggiana che collega il fiume Secchia, da cui ha origine, alla città di Reggio Emilia passando per Casalgrande e Scandiano dove si incontra col torrente Tresinaro. Nel 1417 il Comune di Reggio deliberò di costruire una chiusa di pietre e calce attraverso il Tresinaro per far passare e quindi “scavalcare” l’acqua del canale Secchia. Questa costruzione però si rivelò spesso instabile e soggetta a numerose rotture, così nel 1456 il duca Borso ordinò la costruzione di una botte o veggia coperta, la cosiddetta “Botte meravigliosa” che consentiva al canale di sottopassare il torrente Tresinaro nei pressi del paese di Scandiano. Si trattava di un manufatto di pietra cotta in forma di un semicerchio schiacciato, con raggio di due metri. E infatti di varie rovine parlò il Boiardo nelle sue lettere sia appunto nel 1460 ma anche negli anni successivi (in una lettera del 1469, ad esempio, il conte avvisò i reggiani che la gonfiezza del Tresinaro aveva rovinato del tutto la suddetta botte).
Il 19 aprile 1460 Matteo Maria giurò fedeltà alla città di Reggio e nell’ottobre dell’anno seguente andò ad abitare a Ferrara, per poi trasferirsi pochi mesi più tardi (febbraio 1461) nuovamente a Scandiano. A tal proposito il più antico documento in cui si trovi menzionata una delle primissime notizie sulla vita del Boiardo è datato 8 ottobre 1461 e riguarda per l’appunto la sua venuta a Ferrara.
All’1462/63 risale l’inizio della composizione dei Carmina de laudibus Estensium (terminati nel maggio 1474), quindici carmi di estensione e metro differenti in lode degli Estensi, e i Pastoralia, dieci egloghe di imitazione virgiliana di cento versi ciascuna, cinque di soggetto storico-encomiastico e cinque di soggetto allegorico-pastorale.
L’11 giugno 1464 partecipò al sontuoso ricevimento in casa Zoboli in occasione del passaggio per Reggio di Ippolita Sforza, sposa ad Alfonso duca di Calabria.
Agli inizi del 1466 risale un nuovo trasferimento a Ferrara e tre anni più tardi, il 27 gennaio 1469, fu tra i gentiluomini che accolsero l’imperatore Federico III che, di ritorno da Roma, si fermò per una settimana a Ferrara ospite del duca Borso d’Este. Nel febbraio di quello stesso anno Matteo Maria ritornò ad abitare a Scandiano e, in aprile, durante una delle sue periodiche visite a Reggio conobbe e si innamorò della diciottenne Antonia Caprara (nonostante fosse prossimo al compimento dei 35 anni), alla quale dedicherà l’Amorum libri: nel pensiero di lei si consumava quando era lontano da corte, correndo da Scandiano a Reggio ogni qualvolta gli fosse possibile. Dal 13 marzo al 24 (o 18) maggio 1471, insieme ad altri sei fra i più onorevoli cittadini scandianesi, Matteo Maria accompagnò Borso da Ferrara a Roma per ricevere dal papa la corona ducale anche per Ferrara. Giuseppe Ferrari fissa tra la venuta di Federico III (1469) e il ritorno a Ferrara da Roma (1471) il tempo della storia d’amore tra il Boiardo e la Caprara, che l’autore raccolse nei tre libri dei Sonetti e Canzone. Che il giorno dell’innamoramento fosse proprio il 1469 si evince dal verso 26 e seguenti del sonetto LXXI dell’opera stessa. A proposito del giorno poi, il Panizzi argomentò che si trattasse del 4 aprile come ne sono prova i sonetti V, CXVI E CLXXVI. Inoltre, l’“aula” e la “corte” a cui si riferisce il sonetto CXII fecero supporre al Panizzi che il conte si innamorò della Caprara a corte, probabilmente quella estense, sita a Reggio o a Modena. Molto più probabile è che si trovasse a Reggio in quanto Sigismondo, fratello di Ercole, nel 1469 era luogotenente al governo di Reggio e quindi, essendo così prossimo al trono, aveva qui la sua dimora. Che il poeta poi nel mese di aprile fosse già di ritorno da Ferrara (dove si era recato per accogliere l’imperatore) appare chiaro da una lettera datata 8 aprile 1469 che testimonia che il 7 aprile egli si trovasse sicuramente a Scandiano. Il viaggio in cui il Boiardo accompagnò Borso a Roma, almeno per quello che si evince dal Canzoniere, chiuse il suo amore per la donna, volgendo ben presto i suoi pensieri ad un’altra, Taddea dei Gonzaga di Novellara, figlia di Giorgio e Alda Torelli, che sposò nel gennaio 1472 lasciando definitivamente Ferrara nel febbraio per rientrare con la sua sposa nel feudo di Scandiano dove «la Gonzaga fu ricevuta con pompa e festa non ordinaria dagli Scandianesi». È probabile che fu lo stesso Ercole a suggerire a Matteo Maria il matrimonio, naturalmente così importante per assicurare eredi ad un noto feudatario di corte.
Nel frattempo (nel 1471) Ercole I d’Este succedette in qualità di duca al fratellastro Borso.
Dal 25 aprile al 3 luglio 1473, con un seguito di dieci uomini, tra cui lo zio materno Tito Vespasiano Strozzi e dieci cavalli, Matteo Maria fece parte del corteo di Sigismondo d’Este che si recò a Napoli per prendervi Eleonora D’Aragona, promessa sposa del fratello Ercole.
Tra il 1473 e il 1474 gli affari del Secchia diedero al Comune motivo di ricorrere nuovamente ai Boiardi. Le rovine degli argini del Secchia infatti, non erano solo naturali e dovute all’impeto dell’acqua, ma anche dolose e perpetuate dalle famiglie di feudi circostanti per portare l’acqua nei propri territori. Già nell’agosto 1473 il Boiardo informò gli Anziani che nonostante le rotture fatte da quelli di Sassuolo, Rubiera e di Carpi il canale non aveva avuto quella carestia d’acqua temuta. Ma nel settembre successivo, il conte fu costretto a scrivere nuovamente: nella lettera egli riconobbe che nessun’altro al di fuori del Comune di Reggio avesse pieno diritto sul canale, le rive e le acque dedotte dal Secchia mediante il canale derivato per le terre di Dinazzano, Salvaterra, Casalgrande, Scandiano e altri luoghi governati dai Boiardi. Espose, poi, la violenta rottura fatta fare alle rive e agli argini pochi giorni prima dai Pii dei Carpi, che avevano invaso il territorio di Casalgrande con duecento persone armate per deviare l’acqua verso il Carpigiano, provocando danni non solo alla città ma anche ai mulini che la famiglia Boiardo possedeva sul canale. Infine, propose un formale processo contro gli usurpatori, chiedendo che venissero condannati in maniera conforme alle disposizioni degli Statuti cittadini e chiese il diritto di difendere le suddette acque in nome del comune «sia per la convenienza del luogo, sia per l’affezione che porto a voi e a questo Comune». Gli Anziani si congratularono e ringraziarono per le calde parole il cittadino, il patrizio e amico fedele concedendogli la facoltà di difendere iure et facto in nome loro e del Comune le acque del Secchia e commissionando al Podestà il processo da lui chiesto. Undici giorni dopo il Comune comunicò al conte che i Pii dei Carpi minacciavano nuovamente violenze e guasti. Questa contesa porterà a uno degli eventi più nefasti nella vita del poeta. Nel marzo 1474 il conte fu vittima di un tentativo di avvelenamento: l’esecutore materiale fu Simone Boioni, notaio reggiano e cancelliere del conte Giovanni, per altro congiunto del Boiardo, ma i mandanti del tentato omicidio furono Cornelia Taddea, vedova di Giulio Ascanio Boiardo e madre di Giovanni, e suo fratello Marco dei Pii di Carpi (mosso dalla controversia dei Boiardi con i carpigiani per le acque del Secchia). Interessante il racconto fornitoci dal Reichenbach. Il Boioni tradì i suoi complici e non sappiamo se egli avesse deciso sin dall’inizio di assecondare il delitto con l’intenzione di svelarlo poi al Boiardo o se il pentimento fosse sopraggiunto solo dopo quando vide concretizzarsi l’omicidio, fatto sta che egli svelò tutto a Matteo Maria. E Matteo Maria, uomo cauto, per avere in mano le prove spinse il Boioni a parlare con Taddea della cosa in modo da poter ascoltare e lo incaricò di assecondare il piano degli attentatori acquistando pure il veleno. Solo allora Matteo Maria denunciò la congiura al Duca Ercole. Questi, se da un lato provò affettuosa solidarietà per l’amico e vittima, dall’altro dovette essere molto in imbarazzo dal momento che l’accusa coinvolgeva anche Marco dei Pii, soldato e compagno dell’Estense in tutte le battaglie. Ora, in materia di avvelenamenti gli statuti dell’epoca disponevano che i rei di tale delitto fossero arsi vivi, anche per il solo tentativo: già l’acquisto del veleno, con l’intenzione di farne uso, comportava la mutilazione di un membro “arbitrio potestatis”. Ne seguì una supplica al duca che, avvezzo agli intrighi di stato «non ci pensava nemmeno a sacrificare un prezioso cortigiano com’era Marco dei Pii»; a questa se ne aggiunse un’ulteriore degli stessi Anziani di Reggio che si appellarono all’“innata humanitade” del Boiardo, il quale ancora una volta e sorretto dal carattere mite, non venne meno alla sua clemenza. Forse proprio a causa della sua scarsa durezza rispetto alle circostanze apparve talvolta debole. Così, convinto con la promessa della grazia a breve scadenza, il Boioni si sacrificò addossandosi tutta la colpa e nella sua confessione dichiarò di aver escogitato tutto il piano credendo di compiacere il figlio di Messere Giulio Ascanio Boiardo, in virtù della rivalità che l’opponeva a Matteo Maria. Il giudice Francesco Verlato si limitò a condannare l’imputato alla confisca di tutti i beni e al bando perpetuo dai territori estensi presso Bagnolo, territorio allora assoggettato ai Gonzaga di Novellara, ovvero alla famiglia della moglie del Boiardo, quindi luogo posto sotto l’immediata sorveglianza del suocero, che aveva naturalmente interesse a sorvegliare l’avvelenatore in virtù dell’affetto e del timore per il pericolo corso dal suo congiunto. Nella sentenza, invece, nessun riferimento a Taddea, né a suo fratello, né a suo figlio: il Boiardo non esercitò nessuna opposizione e non cercò in nessun modo di perseguirli penalmente. La faccenda non ebbe seguito tanto che pochi mesi dopo già si parlò di grazia per il Boioni, il quale a meno di un anno dal delitto ritornò in patria e nel 1475 ottenne l’ufficio pubblico di Giudice del Maleficio. Il triste episodio fu uno dei motivi per il quale Matteo Maria vide sempre nel cugino Giovanni un nemico più che un congiunto. Questi ultimi avvenimenti resero impossibile la vita da condomini dello stesso feudo e costrinsero Matteo Maria (per necessità e non per volontà) alla spartizione dei territori. Così, nel maggio 1474, i due cugini Giovanni e Matteo Maria, unici superstiti dei due rami della famiglia, procedettero alla divisione del feudo; il Boiardo propose la divisione in due parti a sua giudizio uguali, lasciando scegliere a suo piacimento il cugino: Giovanni scelse Casalgrande, Dinazzano, Arceto con Salvaterra e Montebabbio, nonché le campagne appartenenti alla famiglia in questi stessi luoghi e i Mulini di Villalunga, dei Boioni, di Rondinara e di Campogaiano; a Matteo Maria spettarono invece Scandiano, Gesso e Torricella con le loro Ville e terreni posseduti dalla famiglia negli stessi e in Arceto, nonché Sabbione con Selvapiana, i Mulini di Sabbione, Fellegara e la Torra e la Rocca di Scandiano.
Dal gennaio/febbraio 1476 (fino al 1479) fu l’unico periodo della sua vita in cui il Boiardo risultò essere iscritto nella lista dei cortigiani: egli risiedette con stipendio fisso e fissa dimora a Ferrara, stipendiato dalla corte estense, come ‘compagno’ di Ercole I. Nell’elenco in cui il duca aveva nominato i suoi ‘compagni’, il nome del Boiardo era segnato al primo posto, non sappiamo se per la maggiore autorità che gli fosse riconosciuta rispetto ai suoi quattro colleghi, o semplicemente per la sua maggiore anzianità. In questo stesso anno compose gli Epigrammata otto epigrammi in distici latini per la ribellione tentata nel 1476 da Nicolò di Leonello d’Este nel vano tentativo di sottrarre la successione di Ercole I. Iniziò probabilmente a questa stessa altezza cronologica anche la stesura dell’Innamorato e terminò l’Amorum Libri Tres (conosciuto più semplicemente con il nome Canzoniere).
Da una lettera di Andrea de la Vieze, capo dello scriptorium della corte estense, al duca Ercole e datata 1 marzo 1479, risulta che l’Innamorato era in gran parte composto e che la traduzione dell’Asino d’oro di Apuleio fosse pressoché finita. Sono questi, però, anche gli anni nei quali iniziarono a manifestarsi i primi sintomi di quella tremenda infermità (la gotta, malattia del metabolismo caratterizzata da attacchi ricorrenti di artrite infiammatoria acuta con dolore, arrossamento e gonfiore delle articolazioni) che colpì il poeta nel fiore dei suoi anni e lo accompagnò con frequenti attacchi per tutta la vita fino a condurlo ancora giovane alla morte.
Il 16 luglio 1480 Boiardo fu nominato capitano ducale di Modena fino al 1483. Poco sappiano sui principi politici e l’azione espletata dal Conte durante il suo capitanato modenese, poiché del suo carteggio col duca Ercole relativo a questo periodo ci restano solo quattro lettere, oltre ad un certo numero di missive provenienti dalla sede ducale. Sappiamo però che nei primi mesi del suo governo modenese non ricorse a nessun atto violento di repressione, cercando anzi di far diminuire le spese. Sempre nel 1480 venne alla luce il suo primogenito Camillo.
Al 1482 sono invece databili le Egloghe volgari; in cinque dei dieci componimenti si riflettono gli eventi bellici di quegli anni: nel maggio iniziò la guerra tra Venezia (alleata al papa) e la Lega composta da Ferrara, Milano, Mantova, Bologna, Firenze e Napoli. Nel dicembre il papa abbandonò la repubblica di Venezia e si unì alla Lega. Boiardo registrò nella sua opera lo svolgersi drammatico della guerra: l’invasione veneziana del Polesine, la battaglia di Argenta, la malattia di Ercole I e l’arrivo a Ferrara delle truppe del cognato Alfonso di Calabria. Ancora nel 1482 il poeta portò a termine le prime due parti dell’Innamoramento, per un totale di 60 canti.
Ai disagi della guerra si aggiunsero quelli di una grave malattia che provocarono a Modena una vera e propria sollevazione popolare nel novembre dello stesso 1482. Fu proprio allora che il Boiardo, preoccupato per le sorti del proprio feudo, chiese alla duchessa Eleonora d’Este il permesso di lasciare il capitanato di Modena per rientrare a Scandiano, non appena avesse potuto essere sostituito; e il 23 gennaio 1483 subentrò al suo posto il conte Roberto Strozzi (zio del poeta).
Ancora nel 1483 furono stampate i primi due libri del poema l’Innamoramento di Orlando sotto la supervisione di Pietro di Giovanni di San Lorenzo (edizione oggi perduta). A questa seguì una seconda edizione dei due libri stampati a Venezia nel 1486(87) a cura di Pietro de’ Pasi e della quale, il 24 febbraio, Matteo Maria inviò al duca Ercole le prime tre copie. Nell’agosto dello stesso anno, con la pace di Bagnolo, terminò la guerra tra la Lega e Venezia: il ducato di Ferrara poté scongiurare il peggio anche se ciò costò agli Estensi la perdita di Rovigo e Polesine. Boiardo cominciò così la terza parte del poema con un vero inno di gioia; ma le cure del capitanato e i fastidi che ne derivavano, forse la stessa età, gli fecero tralasciare il lavoro, così che nell’ultimo decennio della vita condusse a termine appena nove canti. È pur vero, però, che a questo periodo risale anche la stesura della commedia Il Timone, tratta da un dialogo di Luciano rielaborato e completato.
Il 29 febbraio 1485 il Boiardo accompagnò il duca Ercole a Venezia, assieme a Nicolò da Correggi e Nicolò Ariosto, padre del poeta Ludovico.
Nel 1487 fu assegnato a Matteo Maria il capitanato ducale di Reggio (fino al dicembre 1494) e al 1 febbraio risale il suo ingresso solenne nella città, atteso da una folla di nobili e semplici cittadini che lo appellavano Conte di Scandiano e Nobile Reggiano «per onorarlo di accoglienze che mai niun altro governatore prima di lui aveva ricevute. Senza dubbio a festeggiarlo così erano mossi dalla fama di ingegno molto nobile e di poeta insigne, accresciuta l’anno innanzi dalla stampa dei due primi libri dell’Orlando Innamorato; dalla reputazione di uomo ricco di prudenza e di giudizio, prestantissimo nell’amministrazione della cosa pubblica; dal saperlo familiare e amico del duca; dall’affetto vivo di lui per la città; dalle grandi prove di sincerità che aveva offerto; dall’ardimento cavalleresco col quale in una memorabile adunanza del Consiglio del Comune s’era presentato a difenderne i diritti denunziando i violatori potenti, sì da avere poi minacciata la vita e dall’occasione a dar nuova prova di clemenza, di mansuetudine e di bontà». Furono, forse, proprio queste doti personali dell’uomo a indurre il principe ad eleggerlo all’altissimo ufficio. E d’altronde tra Matteo Maria e Ercole vi fu sempre grande amicizia e affezione sincera e costante, sin da quando Ercole era ancora principe e Boiardo incerto che potesse succedere a Borso. Senza contare che il conte di Scandiano, pur dimostrando di amarlo e di averlo in grande reverenza, non fu mai nei confronti di Ercole semplice e sottomesso cortigiano, ma sempre suo libero servitore da non risparmiargli consigli e rimproveri. A lui poi, il poeta dedicò gran parte della sua produzione poetica: le Egloghe latine, le versioni dal greco e dal latino, l’Istoria imperiale (l’unica opera storica che egli compose) e per la figlia di lui, Isabella d’Este, aveva tessuto la trama dell’Innamoramento de Orlando. Probabilmente Isabella, sin da bambina, aveva sentito recitare dal Boiardo, prima alla corte di Ferrara e poi a quella di Reggio, qualche brano dell’Orlando Innamorato che di volta in volta il poeta andava componendo. Ella dovette rimanere così colpita che negli anni successivi scriverà frequenti sollecitazioni al poeta affinché le invii ciò che di nuovo abbia composto e la parte già udita per il piacere di rileggerla. Ritornando al duca Ercole, l’amore del Nostro verso lui fu talmente grande da eguagliarlo alla donna amata; così scrive il poeta in uno dei suoi sonetti:
Doe cose fur mia speme et sono ancora:
Ercole l’una, il mio signor zentile.
L’altra il bel volto ov’anco il cor se posa.

La sua poesia fu sicuramente il maggior monumento innalzato alla gloria di Ercole, senza per questo cadere nell’adulazione tanto era sincera e grande la sua buona fede; e se anche si volesse negare il contrario non si potrebbe disapprovare la sagace provocazione del Bertoni: «ben venga anche l’adulazione, quando produca simili frutti!».
Ugualmente, da parte sua il duca ebbe grande stima e fiducia non solo dell’uomo ma anche del magistrato; ne è prova la risposta inviata agli Anziani, circa le lamentele per i numerosi delitti incompiuti e per i quali invocavano il duca a provvedere, proprio pochi giorni dopo che il Boiardo era stato eletto capitano di Reggio: «esso capitano che non mancherà del dover suo». Pure di questa stima era lusingato il poeta stesso che in una lettera al duca scrive: «Ill(ustrissi)mo S(igno)re. La S(ignoria) V(ostra) me tratta i(n) manera ch(e) io ho qualch(e) magiore obligatione ch(e) li altri subditi soi verso di q(ue)lla…».
Pochi giorni dopo la sua nomina a capitano di Reggio, il 19 febbraio uscì a Venezia, per i tipi di Piero de’ Piasi, la seconda edizione dell’Orlando, sempre in due libri.
Una tra le prime provvigioni determinate da Boiardo durante il Capitano a Reggio, fu quella di trovare un maestro di lettere greche e latine per le pubbliche scuole poiché la città era priva di un tale insegnamento da molti anni. Sebbene tale provvedimento fosse estraneo al suo ufficio e mai, né prima né dopo, appare l’azione dei capitani ducali nelle pubbliche deliberazioni, il fatto è ulteriore prova e nota a lode dell’impegno del magistrato e dell’uomo nel governo della città, nonché della grande autorità di cui dovette godere nelle deliberazioni delle cose comuni. Fu quindi dietro premura del Capitano che gli Anziani deliberarono di assumere Aimone Cacciavillani, il quale alla presenza di Matteo Maria firmò il contratto (rinnovato per tre anni fino alla morte dello stesso) per cui il maestro riceverà 300 lire l’anno e dovrà tenere due lezioni pubbliche (una di prosa e l’altra di poesia) ogni giorno, leggendo gli autori che gli sarebbero stati indicati di volta in volta.
Nel 1488 divenne padre di un altro maschio, Francesco Maria; tuttavia la mancanza del consueto numero di padrini nel giorno del battesimo (19 settembre) e l’essere stato battezzato in casa fanno credere che il bambino avesse dato poche speranze di vita e che per questo venne battezzato in fretta e furia; non trovandosene più altra menzione, nemmeno nel testamento paterno, possiamo dedurre che morì sicuramente fanciullo. Il Reichenbach ci viene in aiuto a riguardo sostenendo che il bambino fosse morto nel 1491 e che la sua nascita avesse messo addirittura in pericolo la vita della madre.
Dal 1488 al 1493 si hanno di Boiardo poche lettere.
Nuovi e ultimi motivi di cure gli diede il canale Secchia nel 1489 per dissensi non tanto tra lui e i modenesi quanto fra questi e i reggiani.
Nel febbraio 1491, il conte fu a Ferrara in occasione delle nozze di Alfonso, primogenito di Ercole, con Anna Sforza. Il successivo 28 settembre Cristoforo de’Pensi stampò, ancora una volta a Venezia e in due libri, la terza edizione dell’Innamoramento di Orlando.
Gli ultimi anni furono funestati da lutti familiari e dall’acuirsi degli attacchi della malattia che nei primi mesi del 1943 causò un brusco tracollo alla sua salute al punto che, in una lettera del 5 maggio 1493, Boiardo dichiarò di essere «stato presso alla extrema unctione». Il pericolo corso lo indusse a ripensare alle sue ultime disposizioni. In un biglietto supplicò il duca di conservarlo nell’ufficio del capitanato «per farmi bene et per conservarme la vita che è de la S. V. et perché più che mai ho bisogno de questo effecto per essere de la etade ch’io sono, et per ritrovarme in li termini ch’io mi ritrovo», testimonianza di quella subordinazione a livello burocratico e istituzionale e della piena consapevolezza di una possibile “sostituzione”. In realtà non era molto vecchio: aveva cinquantadue anni, ma evidentemente il decorso della malattia, gli eventi funesti della sua vita e le continue cure del feudo scandianese lo facevano sentire vecchissimo.
Alle preoccupazioni familiari si aggiunsero le incombenze politiche, per le quali il Boiardo ebbe nuovamente occasione di mostrare le virtù e l’esperienza maturate nella gestione della cosa pubblica. Infatti, il 9 agosto 1494 Carlo VIII, re di Francia, entrò in Italia chiamato da Ludovico il Moro, al quale Ercole aveva dato in moglie sua figlia Beatrice e promesso il passaggio nel proprio territorio e il rifornimento per l’esercito a un prezzo conveniente. Il passaggio, dunque, delle milizie per il reggiano durò dal luglio all’ottobre di quell’anno e il Boiardo dovette affrontare il gravoso compito della loro ospitalità: le numerose lettere del poeta funzionario a Ercole d’Este relative a questo periodo «sono viva pittura delle mille angustie che lo tribolarono» e testimoniano con ricchezza di particolari la violenza del passaggio delle truppe francesi, le pretese di rifornimenti di vettovaglie a bassissimo prezzo, nonché la caccia alle donne, i danni e le ruberie perpetrate di nascosto e palesemente all’interno dei confini del distretto reggiano e che egli cercò di contenere con gli scarsi mezzi a disposizione.
Dal 18 settembre al 5 ottobre 1494 non scrisse alcuna lettera, poiché in quello stesso anno Boiardo ebbe una rapida ricaduta alla quale fece cenno solo una volta, nella chiusa di una lettera al duca Ercole «non scrivo de mia mano a la Ex. V. perché ho avuto un poco de male». L’ultima lettera risale al 22 novembre con la quale il poeta informò Alfonso e Sigismondo d’Este dei movimenti nel Fivizzanese, castello fiorentino che la casata d’Este voleva annettere allo stato di Ferrara, secondo il medesimo desiderio degli abitanti di Fivizzano. Due giorni prima di quell’ultima lettera egli fece il suo testamento definitivo. Di certo Boiardo non partecipò più alle adunanze del Reggimento né a quelle del Consiglio, all’ultima delle quali assistette il 10 settembre; probabile fu anche la sua assenza alla processione del 28 ottobre per raccogliere pubbliche offerte in vantaggio del Monte della Pietà. Infatti con una lettera del 5 dicembre si informa che il capitano ducale M. M. Boiardo, a causa di una grave malattia (graviter egrotantis), è impossibilitato a partecipare all’adunanza del consiglio generale della Comunità, nella quale si sarebbero dovuti discutere gli statuti per la fondazione del Monte di Pietà. Poco dopo, venerdì 19 dicembre 1494, verso le due di notte Matteo Maria Boiardo morì nella Cittadella di Reggio, dopo la lunga e dolorosa malattia della gotta. Il cordoglio per la grave perdita fu espresso anche dagli Anziani della città i quali, sollecitarono il duca Ercole circa la nomina di un nuovo capitano «per la morte del Magnifico Conte Matheo Maria, de la quale non potemo non condolerse cordialmente, perché pochi suoi pari se trovano hogidì, et la Cità ni era molto honorata, essendo nostro membro et degno gentilhomo come era, et proprio la gloria Reggiana». Il Conte Boiardo fu sepolto il giorno seguente a Scandiano. Sicuramente molte furono le città che il poeta ebbe a cuore: Ferrara come sede della corte e del governo, Reggio come patria dei suoi Avi e alla quale giurò la sua fedeltà nel ruolo di suo Capitano ducale (si pensi alla sua dichiarazione del 1488: «et se io fusse imperator io vorebe essere resano»), Modena dove pure fu Capitano; ma l’uomo poco amò la corte, praticandovi poco e a intervalli e pur risiedendo spesso altrove fu sempre felice di ritornare a Scandiano, perché Scandiano considerava come sua Patria. Ed è lì che volle dimorare eternamente, nella chiesa di S. Maria del Castello come lui stesso aveva espresso nel suo testamento «in una tomba da fabbricarsi a ponente di quella ove giace Giovanni suo padre, senza che nessun’altro potesse esservi sepolto se non sua moglie Taddea». Da questo “privilegio” che riservò alla moglie, si capisce quanto Boiardo dovette tenerla in considerazione durante la vita, nonostante di lei mai parlò nella sua opera poetica e solo le riservò parole affettuose nelle sue lettere; seppur molti critici ritengano che il loro fosse stato un matrimonio sì felice ma di convenienza e che l’amore del poeta per lei non abbia mai pareggiato quello per la Caprara, i due coniugi furono sempre complici e affiatati nei quindici anni in cui furono legati: Matteo Maria fu marito devoto e la coinvolse sempre nelle decisioni di famiglia, accettandone consigli anche su questioni delicate e non prettamente femminili. D’altra parte la Gonzaga dovette essere donna virtuosa e coraggiosa, come dimostrano la forza e la tenacia con le quali, dopo la morte del consorte (e, come vedremo, del figlio) difese sempre sé e le figlie dal livore del cugino Giovanni. Nello stesso testamento, dopo aver menzionato quattro suoi servi, venne alle disposizioni a favore della moglie Taddea: la nominò legato delle doti che essa gli portò e del proprio di cinquecento ducati d’oro; tutrice e curatrice del figlio e delle figlie; signora, amministratrice, usufruttuaria e governatrice dell’eredità e dello stato, insieme al figlio, finché fosse rimasta vedova e non avesse richiesto dote e legato, esonerandola dall’obbligo dell’inventario e dei conti. Ma l’esperienza familiare rese cauto il testatore e previde il caso in cui Taddea non avesse potuto o voluto vivere con il figlio Camillo. In tal caso le sarebbero spettate, per tutta la vita, i proventi del mulino di Sabbione e del possesso del Bonzo, dei quali redditi avrebbe disposto sempre finché fosse rimasta vedova, altrimenti avrebbe riavuto le sue doti e i cinquecento ducati. L’assolse inoltre da ogni amministrazione da lei tenuta in passato dei beni del testatore, riconoscendo che fece tutto per vantaggio di lui, proclamandosene soddisfatto.
Dopo rivolse il suo pensiero alle figlie, per le quali pochi mesi prima aveva scritto al duca: «io avria molto contentamento di maritare mie figliole mentre ch’io sono vivo». Ad esse concesse la facoltà di ritornare, in caso di vedovanza o altra necessità, nei luoghi del padre, riportando con sé le proprie doti, con obbligo agli eredi, finché avessero potuto dar loro vitto, vesti e servi, per quanto comportasse l’eredità.
Per quanto riguarda il figlio Camillo, ancora giovinetto, gli vietò di sposarsi senza il consenso dei signori Paleotto della Mirandola e Girolamo de Correggi; proibendogli di alienare qualsiasi cosa senza licenza degli stessi fino ai ventidue anni. Nominò come fedecommissari ed esecutori del testamento Paleotto della Mirandola, Borsio de Correggio, Giovanni Maria Rangone e il conte Cristiano Gonzaga. Procedette alla nomina dell’erede nella persona del figlio Camillo, salve le eque porzioni ad altri figli maschi, se fossero nati. Quindi, com’era di diritto, sostituì al figlio, in caso di morte senza prole, il cugino Giovanni e i suoi figli maschi; gli impose, però, di dare cinquemila ducati d’oro, insieme ai cinquecento, a ciascuna delle figlie, e se qualcuna fosse morta senza successori, si sarebbe accresciuta la porzione delle altre o dei figli loro. Cercò in questo modo di tutelare più che potesse e con la più piccola cura le figlie. Infine, annullò ogni altro testamento precedente.
La fine dell’Innamoramento di Orlando fu stampata postuma nel 1945 ad opera del tipografo pavese Simone Bevilacqua che a Venezia stampò El fin del innamoramento de Orlando, cioè il terzo libro del poema. Parallelamente nel maggio dello stesso anno, il tipografo scandianese Pellegrino Pasquali stampò a Scandiano la princeps in tre libri dell’Orlando, su commissione della vedova del poeta Taddea e di suo figlio Camillo.
L’8 novembre 1499 il primogenito del Boiardo morì a soli 19 anni, per sospetto avvelenamento, lasciando la madre e quattro sorelle, Lucia, Cornelia, Lucrezia ed Emilia. Solo allora il conte Giovanni Boiardo, cugino di Matteo Maria, subentrò nel feudo di quest’ultimo per decreto del duca Ercole I d’Este, estromettendone Taddea Gonzaga e le quattro figlie.
Le preoccupazioni del Boiardo all’epoca del testamento si rivelarono fondate. Infatti, morto Camillo, Giovanni fu investito delle ragioni feudali già esercitate dal Boiardo e suo figlio. Ne scaturì una lunga e spinosa lite tra le figlie del poeta e il nuovo signore e nemmeno le sollecitazioni ducali riuscirono a far sì che la questione si risolvesse, come testimonia la lettera invita il 13 aprile 1504 da Isabella d’Este a suo padre Ercole I: «Lo amor qual porto a M.a Thadea Boiarda consorte del Conte Mattheo Maria Boiardo, povera vidua et alle figliuole pupille, et la compassione grandissima che gli ho per li mali tractamenti che intendo gli fa il Conte Zoan Boiardo hauendola spogliata di tutti li beni mobili ed immobili del predicto suo consorte et padre, et anchor de la dote de la p.ta M.a Thadeaet, tali beni hauen messi in litigio, che lej et le figliole restano prive de li alimenti a lor necessarij per il viver suo…raccomanda che almeno siano loro dati questi senza cavillatione alcuna». Il fatto curioso notato dal Ferrari è che Isabella Gonzaga, che scriveva in questi termini di Giovanni Boiardo, proteggesse e aiutasse le sorelle di lui: Laura suora e badessa del Monastero di S. Bernardino in Ferrara e Alda, damigella di compagnia della stessa Marchesa. Resta il fatto che nel 1515, Giovanni rischiò di perdere il feudo: sin dal luglio 1512 Reggio e il territorio andarono nelle mani di Giulio II, alla cui morte successe Leone X; non si conosce il motivo – se gli fosse stato riferito da qualcuno il cattivo comportamento che ebbe con le figlie del Boiardo o se ci fossero altre ragioni – ma iniziò a circolare la voce che Giovanni volesse essere espropriato del feudo; voce che diede preoccupazioni alle sorelle dello stesso che scrissero personalmente alla Marchesa Isabella (prima la badessa Laura e poi Alda poiché non lavorava più presso di lei) per raccomandarle il loro fratello dal pericolo che il duca volesse togliergli Scandiano a favore di una figlia del loro cugino Matteo Maria; cosa inaccettabile dal momento che il feudo passava in successione da maschio in maschio. L’intenzione di Leone X non ebbe seguito e Giovanni poté morire in tarda età, nel 1523, signore di tutto il feudo feltriniano. Quanto alle figlie del Boiardo, Lucrezia ed Emilia rimasero nubili; le altre due si sposarono: Lucia col Conte Prosdocimo dei Porcia; Cornelia con il celebre giureconsulto e cavaliere milanese Gio. Battista Simonetta. Non si sa quando si sposarono, cioè se prima o dopo la morte del fratello Camillo: se ciò avvenne prima non è da escludere che forse proprio i due cognati tentarono l’animo di Leone X ad estromettere Giovanni dal feudo.
I documenti, le lettere e le testimonianze ritraggono del Boiardo l’immagine di un gentiluomo dalla grande dignità, scrupoloso e attento nelle questioni di vita privata come in quelle pubbliche, un’indole che si esplicò nella coscienza della sua signorilità e nell’onestà, lontano da ogni pensiero vile e sorretto dalla bontà e dalla gentilezza d’animo. La gentilezza e l’ospitalità che caratterizzarono Boiardo e la sua famiglia divennero leggendarie nel proverbio “Iddio ti mandi a casa Boiardi”, noto tra la gente dell’epoca come formula di commiato augurale tra compaesani e perpetuatosi nei secoli a testimonianza di quanto il feudo di Scandiano fosse rimasto fortemente e positivamente segnato dalla dominazione dei Boiardi, «una famiglia che resse “con l’alto ingegno, le savie leggi e le opere belle e durature” un piccolo borgo per oltre un secolo (1423-1560)».
In definitiva, nel tentativo di dipingere un ritratto di Matteo Maria Boiardo, l’immagine che ne deriva rispecchia quella cavalleria di cui egli stesso scrisse nel suo poema e che tradusse nel massimo concetto: la lealtà.