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Il mondo estense nel Quattrocento

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Quando Matteo Maria Boiardo nacque gli Estensi avevano ormai consolidato territorialmente il loro dominio con l’acquisizione della Lunigiana nel 1413, della Garfagnana nel 1430 e della Romagna dal 1437 al 1512. Avevano, inoltre, consolidato il loro potere di governo sia a Ferrara, dopo la capitolazione della città nel 1624 (escluso l’intervallo tra il 1308 e 1317), sia a Modena (dalla resa del 1288) e a Reggio (dalla resa del 1289). A questa espansione era seguita la cacciata degli estensi da Modena e Reggio avvenuta nel 1306 e il successivo recupero avvenuto nel 1336 per l’una e nel 1409 per l’altra. Il dominio estense si era ulteriormente potenziato con la legittimazione imperiale (1452) e pontificia (1471): con la prima Borso d’Este era stato creato duca di Modena, Reggio e conte di Rovigo; con la seconda duca di Ferrara, determinando così il passaggio dalla signoria al principato vero e proprio. I marchesi e poi duchi estensi, avevano instaurato una certa diversità di rapporti e tipi di governo all’interno dei territori a loro assoggettati e costituenti ora uno “Stato regionale” ovvero una “unione reale” (cioè di vari Stati uniti nella persona di un sovrano). Diversità dovuta alla differente realtà politica, economica e sociale con cui essi si trovarono ad avere a che fare e che aveva reso necessario un adeguamento del proprio potere alle varie realtà locali. Vediamo nello specifico.
A Ferrara, sede della loro corte e degli uffici centrali del loro governo (Cancelleria e Camera), gli Estensi disposero sempre, nel contado circostante, di grandi proprietà fondiarie accumulate spogliando abbazie e famiglie rivali debellate. Tali proprietà erano fonte di un notevole guadagno economico nonché di un decisivo controllo sul territorio e la città e venivano gestite o direttamente (le c.d. castalderie) oppure affidate a esponenti di famiglie ad essi legate, allo scopo di rinsaldare i vincoli di dipendenza nei loro riguardi, sotto forma di investiture feudali che nella sostanza erano riconducibili all’istituto del livello. Si trattava, comunque, di feudi minori, sprovvisti di iurisdictio (cioè di potestà di governo), né la gestione che concretamente ne fecero le famiglie beneficiarie assunse mai nel ferrarese rilievo di vero e proprio dominio territoriale.
Nel modenese e nel reggiano la situazione era diversa e più articolata. Qui gli Estensi al momento della capitolazione delle città non solo non avevano possedimenti (né ne ebbero molti in seguito), ma si trovarono a fronteggiare una moltitudine di signorotti sparsi nel territorio, ai confini di grosse potenze come quella dei Visconti (poi Sforza) in fase di espansione. Inoltre nelle città la borghesia era più attiva e quindi più inquieta e ricca di beni terrieri. Per tali ragioni, gli Estensi avevano lasciato ai Comuni maggiori (dotati di ampi contadi e numerose “ville”) una relativa autonomia e simultaneamente avevano rafforzato il potere giurisdizionale dei Comuni minori, allo scopo di indebolire quello dei primi che si videro così ridurre il proprio ambito territoriale a causa della creazione di nuove podesterie.
Per quanto riguarda invece il “dominio indiretto”, gli Estensi avevano adottato una politica feudale volta da un lato all’eliminazione (anche fisica) di feudatari troppo scomodi, dall’altra alla conservazione di casate più affidabili o con la creazione di nuovi feudi, concessi in genere a famiglie di comprovata fiducia, vicine alla corte. Al confine dei loro stati restavano ancora una serie di potenze autonome che gli estensi sarebbero riusciti ad assorbire solo più tardi: quelli dei Pio di Carpi (1527), di Sassuolo (1600), dei da Correggio (1635), quelli dei Pico della Mirandola (1710) e dei Gonzaga dei Novellara (1737).
Per Modena e Reggio si era creata una situazione per cui uno Stato (il Comune) veniva a trovarsi all’interno di un altro Stato (il ducato) più ampio e che si estendeva fuori dal Comune stesso, unito agli altri dalla persona del principe; questi dominava la città in virtù del patto di dedizione perpetua e il ducato in virtù della relativa investitura imperiale. Il governo ducale di queste due grandi città nei distretti dei rispettivi Comuni e Ducati era costituito da organi (officia) comunali, misti e ducali, che consentivano agli Estensi di tenere in pugno il potere senza intaccare le pretese autonomistiche municipali. Dunque, per ciò che riguarda il Comune, i cui membri erano designati mediante elezione sottoposta ad approvazione ducale, troviamo:
• Il consiglio dei Savi a Modena
• il consiglio degli Anziani a Reggio
Di designazione ducale vera e propria erano invece i tre organi che costituivano il Regimen (Reggimento) o governo della città e del ducato, e cioè:
• L’ufficio del Podestà: originariamente proprio del Comune, conservava delle antiche attribuzioni solo quella giudiziaria, sia nel civile che nel penale. Il suo ufficio era composto dal Vicario, dal Giudice delle Appellazioni, del Maleficio, delle Vettovaglie e dal Cavaliere del Podestà. Il podestà entrava in carica per un anno. Gli Statuti stabilivano inoltre che il Podestà fosse forestiero e laureato in giurisprudenza.
• Il Massaro ducale: esattore e tesoriere, tutelava gli interessi della Camera e il pagamento degli stipendiati di essa nella città e nel contado. Erano di sua competenza le cause per dazi e gabelle. L’ufficio da lui diretto era la Massaria.
• Il Capitano ducale: doveva essere nobile e risiedere in castello; con funzioni di comando militare e di tutela della dinastia dominante, aveva il compito di curare il rispetto dell’ordine pubblico, il collegamento tra l’autorità periferica e quella centrale, l’esecuzione delle direttive impartitegli quotidianamente dal duca al quale doveva rendere conto anche dell’operato del Podestà e del Massaro; pur non potendo intromettersi nella giurisdizione loro competente, poteva sospenderli dal loro ufficio fino a diversa decisione del Duca. Aveva anche competenze per le cause tra il Massaro ducale e i ricorrenti contro di lui in materia di dazi e gabelle. A lui dovevano obbedienza i capitani delle porte nella città e nel distretto.
Tra gli uffici minori troviamo, invece:
• Vicario del Podestà: entrava in carica con lui e ugualmente doveva essere laureato in legge, sostituendolo in tutto.
• Giudice delle Appellazioni: di nomina ducale, doveva essere al pari del Podestà giurisperito e forestiero. Aveva competenze per le cause d’appello e per quelle dei danni nella città e nel ducato; nei processi criminali fungeva da consultore del Podestà e sostituiva questi e il suo vicario in caso di assenza di entrambi.
• Giudice del Maleficio: scelto dal podestà, lo coadiuvava nel giudizio delle cause criminali, essendo preposto all’ufficio dei malefici con autorità sulla città e sul distretto e alla fine del suo mandato era sottoposto a sindacato. Amministrava giustizia secondo le norme contenute negli statuti, raccolte sotto il titolo generale ‘De maleficiis’. Il giudice aveva piena giurisdizione, tranne nei casi comportanti pena di morte, mutilazione di un membro o confisca dei beni, nei quali spettava al podestà e al giudice del maleficio istruire il processo.
• Giudice delle Vettovaglie: di nomina ducale, aveva il controllo, in città, dell’osservanza delle norme statutarie in materia di derrate alimentari da parte di osti, mugnai, beccai.
• Cavaliere del Podestà: aveva funzioni di polizia e di esecutore della giustizia nella città e nel suo distretto.
• Capitano della Piazza: aveva anch’esso funzioni di polizia, ma specificamente per le ore notturne.
• Giudice delle Quindici lire: scelto tra i Giudice e Avvocati del Comune, aveva competenze esclusive per le cause di valore non eccedenti la somma indicata.
• Giudici e Avvocati del Comune: avevano il compito di nominare tutori e curatori per i minori e per le donne che dovessero aver parte in atti notarili.
• Massarolo: aveva la cura delle fabbriche della Comunità.
• Ambasciatori: al contrario del Podestà, dovevano esse originari del luogo e rappresentavano il Comune nei rapporti esterni. Il loro ufficio era simbolo della superiorità e sovranità dello Stato-città, cosicché bisognava servissi di essi per trattare determinate faccende col duca.
• Ufficio del Memoriale (in particolare per Modena): istituito nel 1271, registrava gli strumenti notarili superanti nell’oggetto una certa somma, sia per scopi fiscali che per tutela del diritto.
• Il Capitano del Castello (a Modena) o Capitano della Cittadella (a Reggio), da non confondere con la carica di Capitano ducale, aveva funzioni militari, di comandanti del presidio cittadino.
• il Capitano del Divieto: con mansioni di repressione del contrabbando, controllo del porto delle armi, cattura dei ribelli, dei colpiti da bando e dei rapitori di donne, infine di tutela dell’ordine pubblico nel rispettivo distretto.
• Commissario (straordinario) ducale: con funzioni di polizia e poteri esecutivi e di repressione, sia nei territori di dominio diretto che in quelli di dominio mediato. Aveva inoltre il compito di investigare sui crimini da chiunque compiuti e di prendere le relative misure con ampi poteri e senza essere tenuto a formalità di procedura.

Nel resto dei territori di dominio diretto del contado e del distretto, il potere ducale si determinava tramite gli stessi uffici, sia quelli centrali del rispettivo ducato (Capitano ducale, del Divieto, ecc.) sia quelli locali ovvero le podesterie e i relativi notariati operanti presso le singole Comunità.
Dato questo sistema così capillare e intrecciato di uffici e competenze, spesso non chiaramente delimitate, erano frequenti scontri e conflitti di giurisdizione, alimentati da gelosie, cupidigie e ambizioni personali. Esempi concreti ne sono proprio i conflitti di competenza che sorgevano a partire dal marzo 1492 tra lo stesso Boiardo e il commissario straordinario per Reggio e Modena, Beltramino Cusatri, inviato da Ercole per reprimere, con poteri straordinari, il brigantaggio nel territorio reggiano. Più volte il nostro capitano ducale aveva dovuto difendere il proprio onore, spesso attaccato dal commissario Beltramino o dal massaro Orsini. Al tal proposito, testimonianza dei dissapori e delle rivalità tra i due funzionari è la lettera n.5.
Altrettanto ramificato e complesso era il sistema economico-finanziario nei territori in questione. Per facilitarne la comprensione procediamo a una suddivisione:
• Cancelleria: retta da Cancellieri o segretari ducali, aveva competenze politico-amministrative di governo.
• Fattoria: preposta alla Camera ducale e retta da due Fattori generali era demandata l’amministrazione delle entrate, fiscali e non, provenienti da vari luoghi, sia per riscossione diretta o appalto, sia indiretta (dazi, gabelle), sia accidentale (multe, confische). Inoltre la Fattoria procedeva al pagamento dei salari di stipendiati della Camera stessa coadiuvata in tale mansione nelle periferie del territorio da uffici minori e cioè le Masserie nei centri maggiori e le Camerlengherie nei centri minori.
In ogni caso l’autorità al di sopra di tutti era il Duca.
Nei domini mediati (o indiretti) e cioè infeudati dagli Estensi a terzi, il governo ducale si subordinava a quello esercitato dalla Camera tramite la Fattoria, cui era riservata l’assegnazione e la gestione delle varie investiture e la quantificazione e riscossione dei rispettivi tributi. Nel caso in cui, invece, il feudo fosse stato dotato di piena iurisdictio (ius gladii et imperii), l’autorità del duca si subordinava a quella del feudatario tramite una struttura di governo simile a quella ducale nei domini diretti. A quest’ultima fattispecie di feudo maggiore apparteneva il feudo di Scandiano dei Boiardi. Verosimile è l’opinione secondo cui tale famiglia provenisse nel XII secolo dai Bianchi di Lunigiana, i quali si stabilirono a Reggio e nel suo territorio, specialmente nei contorni di Rubiera ed ebbero tra i loro consorti un Bugiardus, da cui nacque il cognome Boiardi.
Nel 1362 Feltrino Boiardi, che aveva già militato per il duca di Milano contro i Gonzaga, passato al servizio degli Estensi e del Papa, aveva ottenuto dal marchese Nicolò II d’Este, signore di Ferrara, il mero e misto impero di Rubiera. Nel 1423 poi, il marchese Nicolò III d’Este, come compenso per la restituzione del possesso della rocca di Rubiera, aveva investito Feltrino Boiardo Iuniore, nonno del poeta, dei castelli e rocche di Arceto, Scandiano (appartenuto fino al 1417 ai Fogliani), Gesso e i Gonzaga avevano venduto Reggio nel 1371; pur abbandonando quella città nel 1421, i Visconti erano Torricella. L’investitura era poi stata confermata da Filippo Maria Visconti, duca di Milano al quale rimasti titolari del diretto dominio di Reggio concedendolo per convenzione a Nicolò III a titolo di feudo. Per tale motivo Feltrino si era rivolto al duca di Milano affinché ergesse il feudo di Scandiano in contea. Il Visconti gli accordò il privilegio con diploma del 13 dicembre 1423 rendendo la contea indipendente dalla giurisdizione e soggezione di Reggio e creando Feltrino e i suoi discendenti maschi legittimi conti del suddetto luogo, col mero e misto impero. Ed è qui che non troppo tempo dopo nascerà Matteo Maria Boiardo, conte di Scandiano.